La sfida delle liste d'attesa in sanità
- Nuove Ri-generazioni UMBRIA
- 25 feb
- Tempo di lettura: 4 min
di Lucio Caporizzi

Il tema delle prestazioni sanitarie in lista d’attesa, è un tema spinoso, cruciale e che tanto spazio ha avuto nella campagna elettorale per le elezioni regionali. Stando al sistema di monitoraggio della Regione Umbria, il numero ha conosciuto un’ulteriore impennata, raggiungendo la ragguardevole cifra di 77.000 prestazioni, mentre nel giugno scorso erano 44.000 (ma 80.000 un anno prima).
Si tratta di numeri che, se da un lato smentiscono l’ottimismo del Piano strutturale di abbattimento delle liste avviato nel maggio scorso dalla Giunta precedente – per non parlare della inconsistente manovra del Governo centrale di cui al DL n.73 del 2024 – rappresentano al tempo stesso una sfida alla Giunta in carica ed in particolare alla Presidente Proietti che, con una scelta senza precedenti, ha coraggiosamente deciso di tenersi una competenza pesante come la Sanità.
È noto, infatti, che quello di ridurre drasticamente i tempi di attesa per le prestazioni sanitarie sia stato uno degli impegni più qualificanti ed al tempo stesso difficili che la Presidente aveva preso in campagna elettorale.
Ma da cosa derivano le liste di attesa in Sanità?
Come tutti i problemi complessi, anche la sua spiegazione è complessa, andando a toccare aspetti di varia natura, dal funzionamento dei CUP al pieno utilizzo delle apparecchiature sanitarie, dalla effettiva presa in carico del paziente alle separatezze e scarsa integrazione che ancora affliggono il sistema sanitario. Con riferimento a quest’ultimo aspetto, per esempio, basta ricordare che l’autorevole rivista The Lancet, nel presentare un’analisi critica del Sistema sanitario italiano, stima che oltre 3 miliardi di euro potrebbero essere risparmiati con una maggior integrazione e comunicazione tra le diverse strutture sanitarie, così da evitare inutili ripetizioni di esami ed accertamenti clinici, ripetizioni che, oltre a rappresentare un costo evitabile, contribuiscono, ovviamente, ad ingolfare il processo ed aumentare, conseguentemente, i tempi di attesa.
Nella sostanza, però, anche in Sanità vale il criterio generale che fa dipendere i tempi di attesa dallo squilibrio tra la domanda e l’offerta. Se la domanda di prestazioni è superiore all’offerta delle stesse, di conseguenza si creano liste di attesa proporzionali all’entità dello squilibrio: quanto più la domanda di prestazioni supera la capacità di offerta delle stesse, tanto più lunghi saranno i tempi di attesa.
L’offerta dipende dalla “capacità produttiva”, in sostanza il numero di operatori, apparecchiature, posti letto, non molto diverso, quindi, da un tipico processo produttivo.
Aumentare in misura adeguata la capacità produttiva richiede consistenti risorse finanziarie, cosa questa poco probabile in un Paese dove il Fondo sanitario vale poco più del 6% del Pil, contro valori nettamente superiori al 10% di Francia e Germania ed in una Regione dove il disavanzo della gestione sanitaria pare sfiorare i 200 milioni.
La domanda di prestazioni sanitarie, invece, presenta delle caratteristiche che la rendono particolare. Si tratta sopratutto della forte asimmetria informativa tra il consumatore paziente e il fornitore delle prestazioni (struttura sanitaria/medico), che fa di quello sanitario un classico “mercato del produttore”. Molto spesso, infatti, sia la definizione del bisogno (diagnosi) che la individuazione del bene/servizio atto a soddisfare
tale bisogno (terapia) avvengono ad opera del “produttore”/medico e non del “consumatore”/paziente.
Posto che, secondo logica, il riequilibrio tra domanda ed offerta dovrebbe avvenire tramite una riduzione della prima o un aumento della seconda o ambedue insieme, quali possibilità concrete vi sono per l’una o l’altra azione di realizzarsi?
Per quanto riguarda l’offerta, quindi un potenziamento della capacità produttiva, abbiamo visto che – ancorché auspicabile – è poco realistico attendersi un congruo incremento delle risorse destinate alla Sanità pubblica, ove si ponga attenzione alle linee e priorità dipolitica economica del Governo nazionale, tese più a ridurre il prelievo fiscale che non a potenziare l’Assistenza sanitaria pubblica, senza considerare, poi, la tendenza ad aumentare sensibilmente la spesa pubblica per la difesa nazionale.
Certamente vi sono margini di intervento per ottimizzare i processi, anche con riferimento alle leve sopra richiamate, ma difficilmente possono essere interventi risolutivi.
Resta quindi il versante della domanda, che in effetti viene da tempo “calmierata” con lo strumento della compartecipazione alla spesa da parte dell’utente (i famosi ticket), strumento in sé spesso iniquo, visto che l’accesso alle prestazioni sanitarie raramente si configura come una scelta autonoma da parte del paziente.
Se quindi il livello di consumo di prestazioni sanitarie non deriva da scelte degli utenti ma è in gran parte determinato dagli erogatori delle prestazioni stesse, stante la impraticabilità politica di un sensibile aumento delle risorse finanziarie, la via maestra è quella di puntare su una maggiore appropriatezza prescrittiva, basata sui principi della evidence based practice. In buona sostanza, ridurre le prestazioni poco efficaci, ridondanti, ripetute o, addirittura, inutili, dettate da atteggiamenti (peraltro spesso comprensibili) difensivi degli operatori piuttosto che da reali esigenze cliniche.
Insomma, se vale, come vale, il noto modo di dire “ma che, ce l’ha ordinato il dottore?”, il contenimento della domanda va perseguito in primo luogo sensibilizzando e responsabilizzando coloro che quella domanda attivano e definiscono. Forse un certo “consumismo sanitario” esiste – in particolare nella farmaceutica convenzionata – ma, in genere, la gente non si sottopone ad esami ed accertamenti clinici per divertimento.
Comments